La Sala Reggia del Museo di Castelvecchio a Verona fu ristrutturata ed
allestita da Carlo Scarpa agli inizi degli anni ’60 e da allora non venne mai
modificata. Ospita 30 opere d’arte, del XIV e XV secolo, tra cui quadri, pale e
polittici, due crocifissi stazionali, 6 statue originariamente policrome, un
piccolo altorilievo e due frammenti di affresco.
Mentre di giorno si mostrano impeccabili ai visitatori, la notte appena i custodi chiudono tutto ed inizia il buio, le opere d’arte generalmente si animano. Iniziano a pensare, a ricordare dei tempi in cui le figure rappresentate furono uomini, dei tempi in cui vennero dipinte o scolpite. Iniziano a dialogare tra loro, ad avere anche dotte dissertazioni.
Le opere si sono date dei soprannomi e sono questi che vengono riportati nel testo. Ovviamente nell’anteprima viene fornita una scheda per ognuna delle opere esposte, con indicazione dell’artista, denominazione, anno o periodo di riferimento, dimensioni, materiale (e tecnica pittorica), numero di inventario, soprannome poi utilizzato nel testo. Scorci della sala ed immagini delle opere sono poi inserite nel testo.
Il romanzo è suddiviso in 9 capitoli. La vicenda si svolge in un’unica notte di fine marzo e sempre rigorosamente all’interno della Sala Reggia. Il tono varia, a seconda delle situazioni, dal serio al quasi scherzoso. Le opere che parlano adottano in genere un linguaggio un po’ desueto e forbito. Quattro statue, posizionate in semicerchio, usano fare commenti e pettegolezzi in versi.
Non vi è una particolare trama. Tra i racconti assumono rilevanza quello del Cristo sul periodo non menzionato dai Vangeli, quando (secondo la ricostruzione romanzata) lui si recò in Tibet. Vi sono poi ricordi e casi di temporanea amnesia di alcune opere, sia riferiti a tempi antichi, che al periodo in cui furono dipinte o scolpite. Vi sono infine le espressioni di rammarico per come determinati fatti storici vennero falsati dalla memoria degli umani.
Vi è una dotta dissertazione sulla forma e struttura del Museo, con ipotesi di tipo scientifico, basate su elaborazioni matematico-algebriche. Ve ne è una su come le opere d’arte si sentono guardate ed apprezzate da custodi e visitatori. Vi sono poi considerazioni varie sulle differenze tra umani ed opere d’arte, ad esempio sul modo di ricordare, sul senso di reciproco rispetto.
Ma vi sono anche altri avvenimenti. Tra questi assume rilevanza la fine della storia d’amore (per come può determinarsi una storia d’amore tra opere d’arte) tra una pala ed una statua, con le grandi pene di quest’ultima. Vi è poi il forte desiderio di un’opera che vorrebbe fuggire via dal Museo, che si addormenta e sogna tale sua fuga. Vi è infine un curioso ritrovamento che una delle opere fa. Ritrovamento che creerà qualche scompiglio all’interno della Sala.
Poi la notte finisce e le opere si ricompongono e si preparano ad esser nuovamente ispezionate dai custodi prima dell’apertura. Nell’ultimo capitolo protagonisti non sono più le opere d’arte, bensì i custodi, che in quella specifica mattinata dovranno confrontarsi con un'inquietante scoperta.
Mentre di giorno si mostrano impeccabili ai visitatori, la notte appena i custodi chiudono tutto ed inizia il buio, le opere d’arte generalmente si animano. Iniziano a pensare, a ricordare dei tempi in cui le figure rappresentate furono uomini, dei tempi in cui vennero dipinte o scolpite. Iniziano a dialogare tra loro, ad avere anche dotte dissertazioni.
Le opere si sono date dei soprannomi e sono questi che vengono riportati nel testo. Ovviamente nell’anteprima viene fornita una scheda per ognuna delle opere esposte, con indicazione dell’artista, denominazione, anno o periodo di riferimento, dimensioni, materiale (e tecnica pittorica), numero di inventario, soprannome poi utilizzato nel testo. Scorci della sala ed immagini delle opere sono poi inserite nel testo.
Il romanzo è suddiviso in 9 capitoli. La vicenda si svolge in un’unica notte di fine marzo e sempre rigorosamente all’interno della Sala Reggia. Il tono varia, a seconda delle situazioni, dal serio al quasi scherzoso. Le opere che parlano adottano in genere un linguaggio un po’ desueto e forbito. Quattro statue, posizionate in semicerchio, usano fare commenti e pettegolezzi in versi.
Non vi è una particolare trama. Tra i racconti assumono rilevanza quello del Cristo sul periodo non menzionato dai Vangeli, quando (secondo la ricostruzione romanzata) lui si recò in Tibet. Vi sono poi ricordi e casi di temporanea amnesia di alcune opere, sia riferiti a tempi antichi, che al periodo in cui furono dipinte o scolpite. Vi sono infine le espressioni di rammarico per come determinati fatti storici vennero falsati dalla memoria degli umani.
Vi è una dotta dissertazione sulla forma e struttura del Museo, con ipotesi di tipo scientifico, basate su elaborazioni matematico-algebriche. Ve ne è una su come le opere d’arte si sentono guardate ed apprezzate da custodi e visitatori. Vi sono poi considerazioni varie sulle differenze tra umani ed opere d’arte, ad esempio sul modo di ricordare, sul senso di reciproco rispetto.
Ma vi sono anche altri avvenimenti. Tra questi assume rilevanza la fine della storia d’amore (per come può determinarsi una storia d’amore tra opere d’arte) tra una pala ed una statua, con le grandi pene di quest’ultima. Vi è poi il forte desiderio di un’opera che vorrebbe fuggire via dal Museo, che si addormenta e sogna tale sua fuga. Vi è infine un curioso ritrovamento che una delle opere fa. Ritrovamento che creerà qualche scompiglio all’interno della Sala.
Poi la notte finisce e le opere si ricompongono e si preparano ad esser nuovamente ispezionate dai custodi prima dell’apertura. Nell’ultimo capitolo protagonisti non sono più le opere d’arte, bensì i custodi, che in quella specifica mattinata dovranno confrontarsi con un'inquietante scoperta.
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